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20/12/2007
Rifondazione: «Desta molta preoccupazione la proposta di vincolare la residenza al reddito»
Questo il testo dell'intervento della capogruppo di Rifondazione Comunista Anna Nocentini e dei consiglieri Leonardo Pieri e Mbaye Diaw: «La proposta di alcuni Consiglieri di destra, di vincolare la residenza al reddito, come hanno già proposto alcuni sindaci del Nord, desta molta preoccupazione per due motivi: il primo, la residenza è un diritto sancito dalla costituzione Art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…”. Ogni cittadino ha dei diritti primari riconosciuti da tutte le convenzioni internazionali. La prima in assoluto è il diritto alla residenza, senza la quale ufficialmente non si esiste. Il secondo, è che la Toscana non ha bisogno di importare dei modelli negativi e discriminanti dal nord est. E’ ancora vivo il ricordo del Sindaco leghista del Trevigiano che ha fatto togliere le panchine nei giardini pubblici, perché la domenica dopo una settimana di lavoro nelle fabbriche, i cittadini stranieri non potessero sedersi su quelle panchine. Sono questi i modelli che dobbiamo importare dal nord? La residenza non può in alcun modo essere legata al reddito e tanto meno essere legata alla nazionalità. Allora che facciamo? Buttiamo fuori tutti cittadini poveri che non arrivano a 420 euro, caso molto frequente nelle città, ed inoltre questa norma vale solo per i cittadini provenienti da paesi poveri? Da tempo stiamo chiedendo l’apertura di un tavolo a Firenze per affrontare il problema delle residenze, che non riguarda solo Rumeni, ma molti cittadini italiani, senza fissa dimora, ma a tutttoggi dal Palazzo non è giunta nessun tipo di risposta. Umberto Guidoni parlamentare europeo del gruppo Gue (Sinistra unitaria europea) ha rimproverato al commissario, Franco Frattini, le dichiarazioni da lui rilasciate in alcune interviste a giornali italiani, in particolare le dichiarazioni a ”Il Messaggero” del 2 novembre (tradotte e riportate anche dal quotidiano britannico “Daily Telegraph'”del giorno dopo): "Quello che si deve fare - affermava il commissario - è semplice: si va in un campo nomadi a Roma, ad esempio quello sulla Cristoforo Colombo, e a chi sta lì si chiede: tu di che vivi? se quello risponde: 'non lo so', lo si prende e lo si rimanda in Romania”. Così, secondo lui, funziona le direttiva europea. In barba ai diritti. Ma in un momento di vuoto politico, alcune proposte cercano di trovare spazio nel dibattito e pur di guadagnare consenso non si esita a forzare lo strumento normativo pur di escludere i meno tutelati. Durissimo l'intervento di Monica Frassoni: "Quale dei due Frattini è quello vero: quello delle dichiarazioni al Messaggero, che vuole distruggere i campi Rom, o quello che qui ci dice che si possono espellere dei cittadini comunitari stranieri solo sulla base di garanzie precise?", ha chiesto la capogruppo dei Verdi, che poi ha ricordato al commissario un'altra sua affermazione controversa. "Lei ha osservato che in Gran Bretagna, Francia e Germania vengono abitualmente espulsi i cittadini comunitari stranieri senza lavoro, mentre l'Italia non lo fa e quindi applica male la direttiva europea: vorrei sapere in quali casi ci sono state delle espulsioni per motivi economici nei paesi da lei citati", ha detto Frassoni, a cui Frattini, nella sua replica, non ha risposto. Musacchio, da parte sua, ha sostenuto che "le leggi europee sono chiare: diritto per tutti e tutti a mobilità e soggiorno. Allontanamenti solo per cause estreme di sicurezza nazionale, trattamenti individuali, mai collettivi. Con possibilità garantita di difendersi. “ Vorrei ricordare ai nostri Consiglieri che la Commissione europea ha inviato una richiesta formale di piena messa in opera della Direttiva 200/43 a 14 Stati membri (Italia , Spagna, Svezia, Repubblica Ceca, Estonia, Francia, Irlanda, Regno Unito, Grecia, Lettonia, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia. Si tratta del primo passo di una procedura d'infrazione: tecnicamente è una "opinione ragionata" sulla mancata, incompleta o scorretta trasposizione della direttiva. Gli Stati hanno due mesi di tempo per rispondere; se non lo fanno in modo soddisfacente la Commissione può portare il caso davanti alla Corte di Giustizia, eventualmente chiedendo una sanzione economica. I punti sollevati nei confronti dell'Italia riguardano: • Mancata "inversione" dell'onere della prova • Limitata protezione contro le ritorsioni • Definizione scorretta delle molestie. La proposta del centro destra contrasta con le direttive Europee, su due temi: - il primo riguarda la discriminazione di cittadini di uno stato membro dell’unione. Il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato, il 29 giugno del 2000, la direttiva 2000/43/CE, che attua il principio della parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, e, il 27 novembre, la direttiva 2000/78/CE, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di lavoro. La direttiva 2000/43/CE fissa per la prima volta degli standard minimi di protezione legale contro la discriminazione razziale nell’Unione Europea, per arrivare ad una armonizzazione della legislazione. La direttiva 2000/43/CE, oltre a fornire una nuova definizione di discriminazione diretta ed indiretta, contiene disposizioni relative a: - i motivi di discriminazione; -la tutela contro la discriminazione in materia di occupazione e formazione, istruzione, previdenza sociale, salute ed accesso a beni e servizi degli Stati membri in materia. - il secondo riguarda la direttiva sulla libera circolazione delle persone. E’ notizia di pochi giorni fa che l’Unione Europea a richiamato l’Italia, sulle sue politiche discriminatorie nei confronti dei cittadini Romeni. Le leggi europee sono chiare: diritto per tutti a mobilità e soggiorno. Allontanamenti solo per cause estreme di sicurezza, e deve essere dimostrato per scritto e non a parole, recita la direttiva, per questo motivo la direttiva sulle espulsioni è tutta da rivedere. E’ opportuno riflettere sugli strumenti con i quali affrontare le complesse tematiche attinenti le trasformazioni che riguardano la società. Fra queste è indubbio che le nuove migrazioni provenienti dai paesi dell’est giocano un ruolo preminente. Gli arrivi di questi cittadini pongono quotidianamente le amministrazioni di fronte a questioni che necessitano delle risposte, e azioni mirate, che tengano conto della condizione umana. Se questi arrivi fossero di cittadini ricchi, nessuno gli avrebbe chiesto se hanno un reddito di 420 euro per avere diritto alla residenza. Ci dobbiamo interrogare su quali modelli partecipativi e inclusivi adottare, dobbiamo misurarci con i problemi delle cosiddette differenze in primo luogo, e potenziare il nostro sistema d’accoglienza e non cedere a politiche proibizioniste. Ci sembra importante, e necessario, offrire proposte, strategie che analizzano il fenomeno nelle varie dimensioni, tornando ad essere quella città conosciuta in passato per la sua accoglienza. Dobbiamo contrastare la visione meramente amministrativa e repressiva attuata nelle odierne politiche nei riguardi dei fenomeni socialmente definiti come “marginalità sociale”. Le politiche sociali richiedono forti investimenti, purtroppo stiamo assistendo allo smantellamento dello stato sociale, attraverso la negazione dei diritti fondamentali di ogni persona. Ma se si abbandonano politiche di tutela dei diritti dei più deboli, a catena inevitabilmente si abbandona anche la difesa di dei diritti di tutte le persone, italiane e non. La residenza costa 420 euro, se non c’è l’hai gira alla larga, è questo il messaggio che vogliamo dare ? Non intendiamo negare i problemi né sottrarci a responsabilità, per questo, insieme con tanti altri, confermiamo con insistenza la nostra richiesta all’Amministrazione: l’apertura di un tavolo a Firenze per affrontare il problema delle residenze». (fn)

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